Testimonianza di Valentina Braglia di Pegognaga
Prima di tutto devo dire che provengo da una famiglia antifascista.
A Sacca c’è sempre stato un gruppo di antifascisti attorno a mio padre e soprattutto a mio zio. Tornando indietro nel tempo, al 1927 o 1928, ricordo che un giorno mio fratello incollò sulla porta di casa dei volantini trovati dietro un quadro. Inneggiavano al l° maggio e al socialismo: bianchi con le scritte in rosso. Io ero ragazzina ma certamente capivo che erano cose segrete e pericolose perché lavorai molto per staccarli subito, prima che qualcuno vedesse. Di volantini comunque ce ne dovevano essere molti anche in altre parti, perché il l° maggio di quell’anno il paese fu coperto da quei volantini. Di prima mattina la gente che andava a lavorare li trovava dappertutto. Dopo qualche giorno vi furono diversi arresti. Ci fu chi rimase dentro qualche mese e chi qualche anno come mio zio. I fascisti poi venivano spesso a casa mia. Era ancora viva mia madre e loro approfittavano sempre di quelle sere che gli uomini erano fuori. Guardavano sotto i materassi di noi bambini, dietro i quadri, vuotavano i cassettoni. Quando diventai più grande mi dettero da leggere dei libri, dei volantini e in casa si parlava apertamente dell’antifascismo e del socialismo. Ricordo tra i libri «La madre», «Il tallone di ferro». Erano vecchi libri, sciupatissimi, passati per tante mani. Durante la guerra cominciai anch’io a dare il mio contributo. Facevo la sarta e avevo alcune ragazze: la Frigeri Santa, la Farina Ates e poi la Papazzoni Elsa. Queste ragazze collaborarono con me. Da Marzetelle ricevevo dei volantini e «Noi Donne» che era una paginetta ciclostilata. Ospitavamo dei partigiani. In paese e tutto attorno c’erano dei posti fissi e i partigiani passavano per sicurezza da una casa all’altra. Noi dovevamo mantenere i collegamenti tra questi partigiani e quelli di Pegognaga e Marzetelle. Portavamo messaggi e talvolta anche caricatori. Ho un ricordo molto vivo che risale al marzo del 1944. Lo stradino Begotti mi portò un bigliettino da consegnare urgentemente ai miei cugini Braglia di Marzetelle. Mi chiese «Hai la tessera di riconoscimento?». Io non l’avevo. «Allora sta attenta, al Ponte Saino i tedeschi e i fascisti hanno fatto un posto di blocco». Era in corso quel grande «rastrellamento dei mongoli» che da Moglia veniva su a Pegognaga e che spaventò tutti. Presi un vestito da provare — era la mia giustificazione — nascosi il biglietto nello scatolino degli spilli e partii. Al ponte c’erano tedeschi, fascisti e due mitragliatrici puntate ai lati della strada e uomini e donne fermi nei fossi laterali. Per fermare la gente le scuse erano infinite: la bicicletta non in regola, la mancanza di carte di riconoscimento o semplicemente qualche sospetto. Io spiegai che dovevo andare a Valle Villoresi, una corte appena più in là, a provare un vestito. I tedeschi e i fascisti confabularono, poi mi lasciarono andare invitandomi a ritornare presto che mi avrebbero aspettato. La gente ai lati non disse una parola; ce n’era che conoscevo e che mi conosceva. A Valle Villoresi non conoscevo nessuno, ma dovevo andarci per forza. Alla famiglia che vi abitava chiesi informazioni sulle scorciatoie che dovevo prendere per andare a Marzetelle. Senza domandarmi niente, un uomo si offerse di accompagnarmi per un pezzo di strada e la famiglia mi tenne in deposito la bicicletta. Era piovuto, la campagna era tutta fango, la strada era lunga e c’era un fosso pieno d’acqua da passare. Stanca morta, con le scarpe piene d’acqua e pesanti di fango arrivai verso sera dai miei cugini che non trovai perché il rastrellamento aveva costretto tutti gli uomini a nascondersi. C’era il problema del ritorno. Aspettai e a sera fatta un ragazzo mi riportò a casa sulla canna della sua bicicletta. Il posto di blocco non c’era più e uno solo dei fermati fu portato al campo di concentramento di Gonzaga. Quel giorno ebbi proprio paura di non farcela. Nell’inverno del ‘44-45 divenni componente del locale Comitato di Liberazione. Facemmo la prima riunione in una stalla, con una candela che tenevamo in mano un po’ per ciascuno. In quelle riunioni discutevamo anche delle azioni che dovevano aver luogo nei dintorni di Sacca. Un ricordo divertente che voglio dire è legato ai giorni immediatamente precedenti la Liberazione. A casa mia c’era un rustico interrato, seminascosto. Serviva per le riunioni, quando c’era da decidere qualche azione, quando dovevamo preparare i pacchi di indumenti per i partigiani, ed era anche il rifugio antiaereo. Il 20 o il 21 aprile gli uomini ci invitarono a preparare per la Liberazione delle strisce tricolori, delle bustine con le stelle rosse, dei bracciali tricolori e rossi, delle coccarde e dei grembiuli rossi. Io e le ragazze che lavoravano con me lavorammo in quel rifugio per due notti e un giorno e preparammo tutto l’occorrente non solo per Sacca ma anche per Pegognaga. Intanto i tedeschi scappavano, cercavano di nascondersi nelle case senza riuscirvi e gli aerei bombardavano. È di quel periodo il disastro di Portiolo. Il giorno della Liberazione accogliemmo gli americani con grande entusiasmo e con tutte le nostre fasce, bustine, coccarde, grembiuli. Per circa due settimane andammo in giro vestite con quella specie di divisa per ogni tipo di lavoro fino a quando gli americani cominciarono a chiamarci «russiane, russiane» e il comandante si lamentò perché c’era dappertutto troppo rosso. Allora ce lo togliemmo….

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